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  Pescare a cura di Michele    

Aguglie d'Autunno...


L
e aguglie di settembre
La fine di agosto è attesa con ansia da tutti i pescatori sportivi; il caldo si attenua, i turisti in visita abbandonano lentamente le spiagge, il traffico in mare si arresta quasi del tutto, ed infine, ciò che più conta, la vita in mare riprende il suo naturale vigore. I pesci che per il caldo o per il gran rumore costiero hanno abbandonato temporaneamente le loro zone abituali, riprendono possesso del loro territorio di caccia, le aguglie si avvicinano alla costa popolando in fitti branchi le scogliere portuali e tutti o quasi i promontori costieri. Si ricreano in sostanza tutte le condizioni ottimali perché la stagione di pesca in generale e di traina in particolare possa riprendere a pieno ritmo. 
Durante il periodo caldo (luglio-agosto) è certamente possibile catturare qualche bel pesce, qualche denticiotto o qualche piccola riccioletta, o imbattersi nel non tanto insolito colpo di fortuna, ma non c'è dubbio che chi vuole andare a pesca, chi vuole ottenere risultati degni di nota deve attendere settembre ed insistere quanto più possibile nei mesi "freddi", ottobre e novembre. 
Come accennavo sopra a fine agosto si avvicinano alla costa le aguglie, non si deve fare altro che catturarne qualche bell'esemplare e andare a trainare nei soliti punti, nelle solite secche, che a poco a poco ricominciano a pullulare di vita. Detto in questo modo potrebbe sembrare molto semplice, ed in effetti non è certo difficile, bisogna solo sapere come fare cercando di adattarsi a quella che da molti viene definita la "memoria genetica dei pesci". Ogni anno capita qualche cosa che l'anno prima non capitava, qualche stranezza, qualcosa che razionalmente è difficile comprendere se si ritengono i pesci privi dell'intelletto. Anche se privi di intelletto i pesci sono certamente dotati di un innato intuito, che come in ogni animale è diretto alla sopravvivenza della specie. Ciò che oggi impara un esemplare adulto, domani lo trasmette geneticamente ai propri discendenti. Qualche anno fa era possibile catturare le aguglie con qualsiasi esca: bigattini, piumette con piccola ancoretta, tremolina, coreani, ecc., nell'estate 2000 sembravano attaccare solo i coreani, disdegnando qualsiasi altra esca in particolare le micidiali matassine di seta (Meciuda), che fino all'anno prima attaccavano con voracità. Ho letto anche di persone che si sono inventate il mix di esche (matassine farcite con uno o due coreani), o semplici matassine lasciate però per almeno un giorno a macerare tra le sardine in decomposizione. Quest'anno a dire il vero i tentativi non sono ancora stati tanti da poter dire con sicurezza se e che cosa sia cambiato, i pochi fin'ora effettuati hanno dato ottime credenziali al verme coreano, innescato a dovere naturalmente. 
Per non perdere tempo alla ricerca inutile delle esche, e dedicare quanto più tempo possibile alla vera pesca (la traina fondo con il vivo) è bene non lasciare nulla la caso e studiare a fondo la tecnica di pesca.
La tecnica
Usciti dal porto si devono filare in mare due, tre o anche quattro lenze (ciò dipende dalla barca e dal numero di pescatori a bordo) del diametro non superiore allo 0,20 mm, di colore neutro; senza interporre girelle si legano due ami del n.12 ad una distanza di pochi cm l'uno dall'altro in modo tale che, come per ogni altro innesco, il primo abbia funzione trainante e il secondo ferrante. Si innesca il coreano intero, meglio se grandicello, con l'amo trainante all'interno della bocca e il ferrante a metà corpo, lasciando la parte terminale del verme libera di nuotare. L'azione di pesca dovrà essere concentrata, come accennato, molto vicino ai moli dei porti, agli scogli affioranti, ai promontori, ecc. La particolarità di questa tecnica di pesca è data dal fatto che l'aguglia, come ogni rostrato, prima di ingoiare la sua preda è solita tramortirla con violenti colpi di rostro. La nostra azione dovrà pertanto adeguarsi a questa particolarità comportamentale: dopo aver filato di poppa trenta o quaranta metri di lenza, procedendo ad una velocità di circa uno o al massimo due nodi, la canna dovrà essere tenuta in mano con l'archetto del mulinello sollevato e la lenza trattenuta con un dito. Non appena si avverte l'attacco dell'aguglia non si deve ferrare, ma al contrario si deve concedere qualche metro di lenza (basta sollevare il dito che trattiene la lenza), attendere qualche secondo, chiudere l'archetto e, solo dopo aver ripristinato il contatto col pesce, ferrare e recuperare la preda. Ciò che si avverte sulla canna al primo attacco è solo il colpo di rostro; lasciando andare la lenza in bando si dà l'impressione all'aguglia che il suo attacco sia andato a buon fine, che la sua preda, ormai morta, sia pronta da mangiare.
Se si pesca con la lenza a mano, le cose non cambiano, si devono tenere nel pozzetto alcuni metri di lenza da lasciare andare al primo attacco e ferrare, come sopra, solo dopo qualche secondo.
In questo modo è possibile limitare al massimo il tempo di ricerca delle esche e dedicarsi alla pesca di prede ben più impegnative quali dentici e ricciole, per la quale sorge però un ulteriore inconveniente dato dalla delicatezza della nostra esca.
L'innesco:
Una volta catturata l'aguglia deve essere tenuta viva, serve pertanto una capiente vasca per il vivo dotata di riciclo dell'acqua e di ossigenatore. Il tutto può essere costituito anche solo da una grande bacinella rotonda con un piccolo ossigenatore facendo attenzione però a che l'acqua non si surriscaldi troppo.
Risolto anche questo si deve procedere all'innesco, che nella maggior parte delle volte se non eseguito alla perfezione porta alla morte dell'aguglia.
Per rendere invisibile ai pesci l'inganno alcuni pescatori hanno sperimentato l'innesco senza amo ferrante, sostituendolo con un piccolo tubicino in plastica trasparente, che stretto sul rostro ha la funzione di serrare la lenza del terminale impedendole di scorrere. Teoricamente molto accattivante questa soluzione, porta immancabilmente alla morte premature dell'esca. L'aguglia per poter respirare deve nuotare in continuazione (da qui la necessità di una vasca per il vivo grande e soprattutto rotonda) e deve tenere il rostro aperto. 
Pertanto l'innesco ottimale per l'aguglia viva consiste nel solito calamento, con finale singolo o raddoppiato, composto da due o tre ami (a seconda della grandezza dell'esca), il primo più piccolo scorrevole con funzione trainante e il secondo e il terzo più grandi (6/0, o 7/0, comunque proporzionati all'esca) innescati sotto pelle a metà corpo e vicino alla coda, con funzione ferrante. 
Se per imperizia del pescatore o per altri motivi le aguglie dovessero morire non è proprio il caso di disperarsi, anche morta ha ottime capacità catturanti. L'innesco in questo caso non cambia (a parte la possibilità di sostituire l'amo trainante con il tubicino di plastica per rendere meno visibile l'inganno); si deve però avere l'accortezza di spezzare la spina dorsale dell'aguglia in due o tre punti in modo che il suo nuoto, durante l'azione di pesca, somigli quanto più possibile al nuoto di un esemplare vivo. Per fare questo basta piegare da una parte all'altra il corpo dell'aguglia a partire dalla zona immediatamente vicino al capo fino a sentire cedere la colonna e ripetere l'operazione due o tre volte a distanza di qualche centimetro fino alla coda. In questo modo non dovrebbe avere bisogno neanche del piombetto stabilizzatore sotto il corpo.
Avere un'esca viva ben innescata, però, fa la differenza, aumenta esponenzialmente le possibilità di catturare grossi esemplari di dentici e ricciole, di quei pesci che, ormai smaliziati dall'esperienza, disdegnano ogni altra esca. Lo spruzzo del nero della seppia o del calamaro un attimo prima dell'attacco del predatore, lo scatto laterale dell'aguglia o del muggine nell'ultimo inutile tentativo di riguadagnare la libertà, costituiscono, l'arma vincente del pescatore sportivo dalla quale i grossi pesci, per il momento, non hanno ancora imparato a difendersi.


     
 
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