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Allora esistono davvero! |
Mi ricordo ancora come se fosse accaduto ieri, la prima volta che presi una ricciola, un magnifico esemplare di circa 20 kg.; la mia incredulità era sopraffatta solo dalla gioia e dalla esaltazione di quell'unico, interminabile momento in cui, ormai vinta, esalava l'ultimo respiro sul paiolo della mia barca. Eravamo in Agosto, un mese generalmente poco redditizio per la traina, più adatto alle gite in barca con pranzo al sacco e lunghi bagni di sole, ma la voglia di pescare era stata, quel pomeriggio, più forte del desiderio di relax. Solo qualche giorno prima un amico mi aveva detto che a Cala Regina un tempo si prendevano grosse ricciole, ma che ormai, a causa del continuo strascicare dei pescherecci, non esisteva più niente, o quasi. Questo ".. o quasi" del mio amico, mi aveva lasciato perplesso, mi aveva stimolato a tentare l'impossibile. Preparai tutta l'attrezzatura con cura, la canna, il mulinello, il finale, l'affondatore (ricordo che al tempo usavo ancora un modello che mi ero costruito da solo con vecchi pezzi di serrande di casa e lenza da 1 mm, e come peso usavo un barattolo di pelati riempito con piombo, fuso sui fornelli di cucina), ma come al solito mancava qualcosa, l'esca. Per le seppie era troppo tardi, le aguglie non si erano ancora avvicinate alla costa, decisi allora di usare, o meglio di osare, con un muggine morto, stabilizzato con un piccolo piombo ad oliva sul ventre. Il mio equipaggio, viste le interminabili ore di pesca dei giorni passati, trascorse senza sentire neanche uno strike, non era a dire il vero molto d'accordo con l'idea di tentare in quelle condizioni, ma alla fine, vista l'insistenza, si arrese. Alle 17.00 lasciammo il porto, destinazione Cala Regina, fondale 45 mt., il muggine navigava sul fondo alla velocità di 1,5 nodi, il vento cominciava a calare a poco a poco e l'atmosfera diventava quasi irreale. Il sole lentamente calava all'orizzonte, dietro la Sella del Diavolo, il mare si stava trasformando in un lago; numerose barche in giro per il golfo facevano rotta di rientro per Marina Piccola o per Marina di Capitana. All'improvviso, come accade di solito, la pinzetta dell'affondatore lasciò andare la lenza, la canna si raddrizzò, e la lenza andò in bando, e data la poca esperienza, mi convinsi immediatamente che si trattava di un incaglio sul fondo. Paola, il mio skipper, cominciò la manovra per ritornare sullo stesso punto dalla parte opposta e procedere a disincagliare il muggine dalle rocce, io recuperai piano piano la lenza in bando, quando all'improvviso uno strano movimento, un peso, una forte testata mi convinse che si trattava di pesce, che cominciava la sua violentissima fuga. Mi ricordo che il panico si impossessò di me e cominciai ad urlare frasi senza senso, a gridare "è pesce, è pesce" e a dare ordini per cercare di portare a termine la mia prima importante cattura. Paola, al timone, continuava a chiedermi cosa dovesse fare e io non riuscivo che a dire "non lo so! non lo so!". Quarantacinque minuti dopo la ferrata, ormai stanco, non tanto per il combattimento, quanto per l'emozione, per aver gridato ininterrottamente, per aver dubitato per tutto il tempo della buona riuscita dell'impresa, guardavo la mia ricciola esalare l'ultimo respiro nel pozzetto di Acquamarina. Da allora sono successe molte cose, altre ricciole, tanti combattimenti, terminati qualche volta con esito positivo altre volte, come è giusto che sia, con la vittoria del pesce. Ricordi come questo sono impressi indelebilmente nella memoria di molti pescatori, sono esperienze uniche che ci arricchiscono, ci spingono a tentare comunque, ad insistere anche quando ormai tutto sembra inutile, ad andare a pesca con qualunque tempo e in qualunque condizione, non importa con quale tecnica, conta solo ciò che si prova in quei pochi momenti e il ricordo che quell'esperienza lascerà dentro di noi. |
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