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  Pescare a cura di Michele    

Le secche degli Angeli


U
na giornata a traina nel golfo di Cagliari
Trascorrere una giornata a pesca, dopo una settimana interminabile di lavoro, è il sogno di tutti i pescatori; tornare al tramonto a casa dopo una giornata intensa di pesca con un carniere che si rispetti è il sogno dentro il sogno di ogni pescatore. 
Per raggiungere risultati degni di nota non basta però accendere il motore della barca e lasciare all'alba il porto con l'infinita speranza nel cuore del magico colpo di fortuna. Tutto deve essere preparato con cura, tutto studiato nei minimi particolari e nulla deve essere lasciato al caso. L'attrezzatura da pesca (canne, mulinelli, piombi, affondatore, lenze, pinzette, ami, ecc.) deve essere controllata con cura dalla sera prima. Sarebbe sciocco perdere un pesce dopo averlo allamato solo perché non abbiamo sostituito un nodo fatto la settimana prima, o magari perché un amo arrugginito si è spezzato, o ancora perché un anello della canna si è filato e non ce ne siamo accorti.
Le esche, per non sottrarre tempo all'azione di pesca, devono essere acquistate o pescate prima di lasciare la banchina del porto. E' possibile pescare le aguglie con le micidiali matassine in seta (meciuda), oppure con il semplice e sempre valido coreano innescato su un piccolo amo del 12. Basta filare in poppa due o più lenze dello 0,20 ad una distanza di 30 o 40 metri, passare rasenti gli scogli affioranti o i moli del porto, ad una velocità ridotta (2/3 nodi), che questi piccoli rostrati in poco tempo animeranno la nostra vasca del vivo. Le seppie si possono pescare con molta facilità all'alba o al tramonto, con le classiche totanare in seta o con un pesciolino vivo, oppure, queste, si possono comprare. Ma attenzione, per far si che funzionino, non devono toccare il ghiaccio. Devono essere freschissime, appena morte o quasi. Devono avere la livrea ancora iridescente e perché sia così, si possono comprare solo dai pescherecci che rientrano in porto la mattina molto presto. Controllata l'attrezzatura, pescate o acquistate le esche, siamo finalmente pronti per una giornata di traina.
Non è necessario percorrere miglia e miglia per incontrare grossi dentici e potenti ricciole. Nel golfo di Cagliari è possibile trovare tante secche o anche solo piccole pietre dove si possono realizzare i nostri sogni. Le piccole pietre sono proprio i luoghi dove spesso capita di fare incontri fantastici. Piccoli e insignificanti puntini segnalati dall'ecoscandaglio, possono nascondere grandi sorprese. Le solite e note secche, frequentate da anni dagli amanti del bolentino, possono regalare al trainista momenti indimenticabili. Il nostro itinerario di oggi parte dal porticciolo di Marina di Capitana per spingersi non tropo lontano dalla costa nel Golfo degli Angeli.

I Graniti
Le secche più note della zona sono di certo quelle che tutti chiamano "I Graniti", per via del tipo di fondale. Queste secche, si trovano lungo l'isobata dei 40 metri in tutto il Golfo e idealmente partono da circa 3 miglia e mezzo dal porto di Marina di Capitana in direzione SE. Questa prima, nominata secca di S. Andrea, è fatta a forma di grande panettone, si estende per circa un miglio in direzione NE-SW, ha il cappello a m 39 e scende, nella caduta esterna, fino a 55-60 metri. Proprio nelle cadute esterne, dove si formano dei veri canaloni, si nascondono i predatori in attesa del loro pasto quotidiano, ed è proprio lì che noi dovremo concentrare la nostra azione di pesca. Filato in mare il terminale, agganciato questo al piombo guardiano o all'affondatore, procedendo ad una velocità di circa 1/2 nodo, caliamo il tutto ad un metro o ad un metro e mezzo dal fondo e cominciamo ad esplorare la secca. L'ecoscandaglio in questo caso è di fondamentale importanza, ci aiuta nell'azione di pesca, ci avverte in caso di improvvisi sbalzi del fondale, e permette anche al pescatore meno esperto di non commettere errori fatali per l'attrezzatura se peschiamo con il downrigger. Esplorando il fondale con molta attenzione è possibile, quasi sempre, individuare sulla sommità della secca, in prossimità del bordo esterno, i fitti branchi di pesciolini in posizione di difesa (a palla o a piramide) per la probabile presenza di predatori in zona; in questo caso anche se l'ecoscandaglio non li segnala, avremo ottime probabilità di imbatterci in loro. Se, al contrario, l'ecoscandaglio non segnala neanche l'attività della minutaglia, è bene non insistere troppo a lungo; di certo possiamo trovare i nostri avversari altrove. Prima di abbandonare la secca è però consigliabile tentare il tutto e per tutto. A circa un quarto miglio dalla fine dei canaloni (intendendo per "fine" l'estremità posta a SW), se si fa rotta per 180° e si procede a spirale in senso antiorario si possono scoprire meravigliose piccole pietre, ricche di sorprese. In questa zona gli attacchi sono sempre improvvisi e quasi sempre si tratta di grossi dentici. Giunti alla fine della secca, percorsa la rotta a spirale, per non lasciare nulla di intentato, si può ripercorrere la stessa rotta in direzione inversa; spesso i dentici e le ricciole in agguato sotto uno scoglio, attaccano le esche solo se provengono da una determinata direzione. Ma se anche il tragitto inverso non dà i frutti desiderati si deve necessariamente cambiare zona. Ritirata in barca tutta l'attrezzatura, acceso il motore principale, si può, mantenendo la rotta di rientro, raggiungere un'altra zona molto interessante e pescosa.


Le pietre di Capitana conosciute anche come "La Tacca di Mira"
A circa un miglio dall'inizio dei canaloni, in direzione NE, quasi sotto il promontorio di Cala Regina, ad una profondità di 42 metri, si trovano altre piccole pietre, conosciute da tanti anni dai vecchi pescatori di Capitana, ricche di vita. Qui la zona utile per l'azione di pesca è molto limitata: si tratta di circa quattro o cinque pietre poste a "L" in direzione NS-W, in un raggio più piccolo di mezzo miglio. Sarà facile individuarle allineando le antenne di Serpeddì con un inconfondibile monte a cono. Negli anni passati, in questo punto oltre a dentici e ricciole sono state pescate anche grosse cernie. Non essendoci molti ripari per tentare l'agguato, il pesce in questa zona è spesso in movimento, per cui se al primo passaggio non succede nulla, è bene non abbandonare subito la zona, ma attendere qualche tempo e riprovare. Se, infine, dopo vari tentativi anche qui i mulinelli si rifiutano di cantare, prima di rinunciare alla nostra preda, possiamo tentare un'altra o altre due carte vincenti.

Il Romagna
Il relitto del Romagna, nei pochi momenti in cui non si trovano i sommozzatori dei vari scuba-diving in immersione, è sempre stato ricco di pesci, ma è necessario fare molta attenzione alle lamiere della nave sempre pronte a tagliare di netto ogni lenza che passi vicino. L'azione di pesca sarà concentrata non sopra, ma sui bordi del relitto, e non appena si individua sull'ecoscandaglio la sagoma di questo, si deve fare in modo, con una decisa accostata, che le lenze non lo tocchino, che lo sfiorino soltanto. Non appena il pesce attacca l'esca, si deve ferrare con energia e portarlo immediatamente lontano dalla lamiere affilate. Anche la prua del Romagna, a circa mezzo miglio di distanza dal resto del relitto, non è da sottovalutare: è in grado di regalare forti emozioni, subito, oppure riscontreremo una totale assenza di pesce. Infine, prima di rientrare la sera in porto, si possono sondare i fondali di fronte a Foxi: non si sa mai che una scoperta casuale di una piccola pietra isolata, delle tante presenti, a circa due miglia dalla costa, su un fondale di 30 metri, ci regali la tanto agognata preda. Non è necessario percorrere miglia e miglia per catturare grossi pesci, non servono necessariamente grandi barche, serve solo tanta passione e voglia di sperimentare. Venti anni fa, quando la traina iniziava a diffondersi nel golfo di Cagliari, i pescatori esperti, i bravi, erano veramente pochi. Chi usciva con una certa regolarità a pesca, usava tecniche che oggi strapperebbero solo sorrisi: traine a mano piombate, lenze da un millimetro, unite ad almeno 100 metri di sagolino per non ferire le mani in caso di combattimento con grosse ricciole. E i pochi bravi si guardavano bene dal raccontare i segreti appresi negli anni, le poste segrete e le tecniche migliori. Solo sui libri era possibile trovare nozioni di base da adattare poi alle proprie esigenze e da sperimentare in pesca. Ed è a questo punto che nascono nel Golfo i veri trainisti. Grazie a loro si coniugano le esperienze dei vecchi, la lettura dei pochi testi e la tanta passione con la sperimentazione e l'uso delle nuove, per l'epoca, attrezzature. L'evoluzione della tecnica di pesca, l'avvento della tecnologia, la diffusione della nautica da diporto, hanno portato allo scenario attuale. Le traine a mano non esistono più, le poste segrete fortunatamente esistono ancora, i bravi pescatori non sono più quelli che si limitano solo a pescare tanti pesci, ma sono quelli che trasmettono la propria passione a chi ha voglia di imparare, condividendo, sempre con nuovi allievi, che ci si augura sempre restino "complici" dei piccoli grandi segreti, una bella giornata di mare.


     
 
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