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Novembre in traina........ |
Con i primi freddi la stagione di pesca entra nel vivo. Gli skipper preparano le barche, gli angler puliscono le canne e i mate affilano gli ami e i raffi. I pesci, dopo il “riposo” estivo, ritornano nei loro territori di caccia, riprendono possesso delle loro pietre, delle loro tane e le difendono con la solita ferocia. Le occhiate e le aguglie fanno la loro comparsa in superficie lungo le coste rocciose. I dentici e le ricciole sul fondo del mare insieme a paraghi, orate e grosse cernie insidiano seppie e calamari. I tombarelli e le lampughe colonizzano la superficie del mare Chi ha voglia di andare a pesca, chi desidera imparare la tecnica o anche solo provare per una sola volta il piacere, l’emozione e la gioia di avere un pesce in canna, di combattere e vincere contro avversari difficili, astuti e combattivi, deve ripararsi dai primi rigori autunnali e uscire in mare, senza paura di sperimentare idee nuove e magari seguire i consigli di amici e pescatori più esperti. Il mare in autunno consente di praticare un’infinita varietà di tecniche di pesca, per esempio si può trascorrere la giornata alla ricerca, sotto costa, di piccole grandi occhiate o magari di qualche bella aguglia. Le aguglie e le occhiate: Per pescare le aguglie e le occhiate è necessario filare in mare, per circa trenta o quaranta metri, tre o quattro lenze del diametro non superiore allo 0,18/0,20 mm, di colore neutro e armate con una semplicissima paratura costituita da due ami del n.12 ad una distanza di pochi cm l’uno dall’altro in modo tale che il primo abbia funzione trainante e il secondo ferrante. Come esca andrà benissimo, come valida alternativa alla “meciuda”, il classico verme coreano intero, innescato con l’amo trainante all’interno della bocca e il ferrante a metà corpo, facendo attenzione però a lasciare la parte terminale del verme libera di nuotare. L’aguglia, come ogni rostrato, prima di ingoiare la sua preda è solita tramortirla con violenti colpi di rostro, e pertanto, dopo aver filato di poppa le lenze, procedendo ad una velocità di circa uno o due nodi, avvertita archetto del mulinello e, solo dopo aver ripristinato il contatto col pesce, ferrare e recuperare la preda. Lasciando andare la lenza in bando si dà l’impressione all’aguglia che il suo attacco sia andato a buon fine e che la sua preda, ormai morta, sia pronta da mangiare. L’occhiata al contrario, non avendo il rostro, aggredisce la sua preda con ferocia e rimane di solito ferrata da sola in profondità, garantendo sempre entusiasmanti combattimenti. Non necessitano di guadini, a meno che non siano veramente di notevoli dimensioni, cosa gradita, oltre che al buon gustaio, anche al trainista di fondo, che le innescherà per usarle come esche nel tentativo di catturare qualche bel dentice o qualche grande ricciola. La zona di pesca è prevalentemente costiera. Si possono incontrare lungo i moli dei porti, passando radenti agli scogli affioranti, alle cadute rocciose della costa, nelle zone riparate dal vento dove l’acqua sembra uno specchio, più che nelle zone di onde e di schiuma. Si può andare alla ricerca di dentici, paraghi e delle grosse ricciole, che in autunno sembra perdano la loro abituale diffidenza, avvicinandosi alla costa e cacciando dove di solito, a causa della costante presenza dei pescatori, non amano cacciare. Certo per dedicarsi a questi avversari è necessario sapere bene dove andare a cercarli, cosa usare come esca, che paratura utilizzare, come innescare le preziose esche, come fare i nodi, come ferrare nel momento cruciale dell’attacco e infine, naturalmente, come combattere. Certo per il neofita tutto ciò può apparire complicato, ma col passare del tempo, tutto diventa molto semplice, quasi automatico. Se poi si ha la fortuna di andare a pesca con chi questi errori li ha già commessi, con pescatori “esperti", tutto diventa veramente molto elementare. La bellezza della pesca è anche questo, condividere esperienza e passione con chi ha voglia di imparare. La zona di pesca nel golfo di Cagliari è assai vasta, si possono scandagliare con successo le famose secche del Golfo che tutti chiamano “I graniti”. Si possono controllare i relitti sommersi di navi e mercantili affondati durante la seconda guerra mondiale: il Romagna e l’LT, il Loredan e l’Isonzo, che da sempre costituiscono rifugi e zone di caccia perfette per grossi dentici. Si può tentare l’incontro con la grossa ricciola sulle cadute esterne della secca di Torre delle Stelle o di quella di Bacu Manadara. Ci si può infine spingere (previo ottenimento della necessaria licenza) nelle aree protette del parco di Villasimius, sulla secca di Libeccio, o su quella di Santa Caterina, o costeggiare, sul lato est, l’isola di Serpentara. Insomma solo la voglia di provare può essere di stimolo per trovare nei “soliti” posti, pietre “sconosciute”, luoghi eletti dai pesci come loro dimora stagionale, luoghi che non mancheranno sicuramente di regalarci enormi soddisfazioni. Anche per quanto riguarda le esche, l’esperienza diretta è certamente fondamentale, ma la voglia di sperimentare costituisce l’arma segreta del pescatore più esperto. Le seppie, i calamari, le aguglie, i muggini e le occhiate sono la base di partenza su cui costruire la nostra personale esperienza. Tutte preferibilmente vive, tutte funzionano benissimo, ma alcune in certe circostanze funzionano meglio delle altre, perché? Ad ogni pescatore il compito di trovare una soluzione appagante, ad ognuno il diritto di dire la sua. Sugli inneschi “magigi” sono stati versati fiumi di inchiostro. Anche in questa materia ognuno dice la sua, ognuno difende gli inneschi che ritiene più validi per averli provati in combattimento e critica quelli causa di terribili slamature. Ciò che conta alla fine è che non siano troppo vistosi (il pesce potrebbe notare gli ami e decidere di non attaccare) e soprattutto che tengano durante il combattimento (l’amo deve essere robusto, e nodi fatti a regola d’arte). Per quanto riguarda i nodi c’è poco da dire, o meglio, poco da fare. Bisogna armarsi di molta pazienza e perdere qualche ora a casa, magari la sera prima della giornata di pesca e provare e riprovare fino a raggiungere risultati degni di nota. I nodi migliori sono quelli facili da eseguire e resistenti agli strappi e alle forti tensioni, si devono testare prima di innescare e soprattutto prima che il pesce possa dimostrarci quanto avevamo torto nel considera il nostro nodo “perfetto”. L’attrezzatura deve essere proporzionata alle prede che vogliamo insidiare, se poi capita di ferrare un denticiotto di uno o due chili sulla trenta libbre, non sarà sportivo ma …. pazienza, l’importante è che non attacchi un ricciola di trenta chili sulla due libbre che di solito usiamo per le aguglie. Per quelli che pazientemente hanno atteso il passaggio dell’estate per rispolverare “gli attrezzi” da traina, per evitare inutili battibecchi con chi trancia con la propria imbarcazione le lenze filate di poppa, o si immerge proprio sulla secca scelta come zona di pesca, ecco finalmente arrivato il momento migliore per andare a pesca: ottobre/novembre. Dopo la parentesi estiva il Golfo di Cagliari ci offre meravigliose sorprese: palamite, ricciolette, lampughe, tombarelli in mangianza a qualche miglio dalla costa, denticiotti, barracuda e gli inevitabili pesci serra nell’immediato sottocosta. Come insidiarli: - nel sotto costa (8-15 mt. di fondo) l’utilizzo di due canne è il minimo e costituisce anche il più comodo sistema di pesca, avendo ogni imbarcazione che si rispetti, almeno un porta canna per lato. Es. lato destro: canna da 8-12 lbs., massimo 16 lbs., terminale dello 0,25/0,30 filato di poppa per almeno 50 mt. con pins jig piumati, koona heads, cucchiaini, tutti senza piombo. Lato sinistro: canna da 12-20 lbs., massimo 30 lbs., terminale dello 0,30/0,35 filato per 30 mt. con piombo da 300 gr posizionato a circa 20 mt dall’esca. Artificiali: minnows, rapala 9/11 cm., rapala husky jerk. Avremo così due lenze pescanti, una affondata corta, l’altra fuori in superficie. Quest’assetto ci consentirà di fare delle virate senza che le due esche si incrocino tra loro. La velocità dovrà essere compresa tra i 4 e i 6 nodi. - In mezzo al golfo, salvo un avvistamento sporadico di qualche bella mangianza o di qualche gabbiano “sospetto”, l’assetto a tre o cinque canne sarà sicuramente quello che ci consentirà maggiori possibilità di successo, non solo per il maggior numero di esche in acqua, ma anche e soprattutto per l’effetto mangianza che crea in mare. Non è facile, la prima volta, gestire più di due canne, ma con le piombature giuste ed un pò di esperienza ci si riuscirà in breve tempo. Novembre 2002 |
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