La
produzione della birra è
molto cambiata nel corso dei secoli. Con ciò non intendiamo riferirci
unicamente ai vari processi biochimici che intervengono nella sua
preparazione, ma anche agli ingredienti di base che compongono questa
bevanda.
Il cereale più usato dalla notte dei tempi è stato l'orzo, anche se
a tutt'oggi esistono birre di frumento, di segale, di riso, di mais e
di altre granaglie ancora. L'orzo, dunque, ma quale ?
Esistono numerose varietà di questo cereale, ma sono solo tre quelle
che vengono usate nel mondo birrario: si tratta dell'orzo distico,
tetrastico o esastico.
Questi nomi, apparentemente ostici, racchiudono una spiegazione.
Ebbene, ogni spiga d'orzo è formata da una serie di nodi ( detti
anche rachidi), ciascuna delle quali sostiene sei fiori potenziali.
Si dice quindi orzo distico, tetrastico o esastico a seconda che due,
quattro o sei fiori vengano resi fertili, sviluppando un pari numero
di chicchi sulle rachidi.
È abbastanza ovvio che se i chicchi sono solo due crescono in misura
maggiore e più regolarmente rispetto a quattro o sei.
Ed ecco spiegato perché un mastrobirrario predilige di solito l'orzo
distico. All'interno degli orzi distici la corrente di pensiero più
in voga sostiene che quello a coltivazione estiva sia il migliore.
Perché l'orzo è il cereale preferito per produrre la birra?
Innanzitutto è rivestito da una specie di guaina aderente e compatta
che lo protegge, la cosiddetta glumella. Questa scorza protegge il
chicco durante la varie manipolazioni alle quali viene sottoposto. In
secondo luogo l'orzo possiede un'adattabilità climatica praticamente
universale, senza particolari barriere geografiche.
Le parti più importanti del chicco d'orzo per il brassaggio sono sia
l'embrione, da cui vengono prodotti gli enzimi che vengono usati nel
processo di maltazione, sia il corpo farinoso, ricco di cellule
amidacee. Inoltre in esso si trovano anche sostanze azotate, acqua,
carboidrati, sostanze non azotate, grasse e minerali.
La maggior parte della birra è composta da acqua, che è anche la
materia prima disponibile con maggior abbondanza. Non per questo
motivo è l'ingrediente più facile per la birrificazione, poiché se
una birra è buona lo deve soprattutto all'acqua, che dev'essere
pertanto dotata di virtù particolari. Quindi l'acqua distillata non
va bene, perché il liquido in questione deve essere ricco di sostanze
minerali e organiche nonché di microrganismi quali batteri, lieviti e
altri ancora.
Per quanto riguarda i sali minerali non si può dire che essi
influenzino direttamente il sapore della birra, però contribuiscono
alle reazioni diastatiche e colloidali che avvengono nel corso della
fabbricazione, vale a dire i processi di disgregazione e
riaggregazione delle sostanze.
Altre caratteristiche dell'acqua sono la sua durezza e la sua
alcalinità. Si definisce "dura" un'acqua contenente
notevoli quantità di sali alcalino-terrosi, che provocano
incrostazioni alle caldaie. I più diffusi sono i sali di calcio e di
magnesio. La durezza dell'acqua può essere temporanea, dovuta ai
bicarbonati solubili in seguito a ebollizioni, oppure permanente,
spiegabile con il fatto che nell'acqua si trovano sali che non
precipitano col calore, come ad esempio il gesso. Un'acqua sarà tanto
più alcalina quanto più bicarbonato si troverà in essa e d'altro
canto i suoi fattori acidificanti sono principalmente calcio e
magnesio. Questi fattori devono essere equilibrati nell'acqua, ma in
natura essi lo sono assai raramente, per cui è necessario
"trattarla".
Vi sono
quattro tecniche per il trattamento delle
acque: per aggiunta,
per eliminazione, per modificazione, per demineralizzazione.
Quest'ultimo è il metodo più moderno e consiste nel togliere i
minerali per mezzo di sofisticati filtri chimici. Quindi i sali
minerali vengono inseriti nell'acqua nella proporzione desiderata.
Oggi l'aromatizzazione della birra è affidata essenzialmente al luppolo,
una pianta rampicante dioica, in cui cioè i fiori maschili e quelli
femminili si sviluppano su piante diverse. A parte la Gran Bretagna,
in tutti i Paesi si usano soltanto le piante femmine per la produzione
della birra. Il motivo è presto detto: i fiori di queste piante
femminili contengono la luppolina, una sostanza aromatica e resinosa.
In Gran Bretagna invece i luppoli fecondati non sono fuorilegge, anzi
pare che essi vadano molto bene per le birre di alta fermentazione
tipiche di quelle zone.
Il luppolo è assai delicato e perciò necessita di un'adeguata
protezione contro gli agenti che potrebbero alternarne le sue
importanti caratteristiche, ossia contro l'aria, la luce e l'umidità.
Per conservarlo viene essiccato con aria calda, quindi pressato e
talvolta solforato. A differenza dell'orzo, il luppolo non è così
facilmente acclimatabile, per cui la sua coltivazione avviene soltanto
in zone dal clima temperato fresco.
Le zone più famose per il luppolo sono la Hallertau e Tettnang in
Germania, la Saaz in Cecoslovacchia, Poporinge in Belgio e il Kent in
Inghilterra. Ognuna di queste regioni produce naturalmente un luppolo
diverso dall'altro, per cui bisogna conoscere assai bene le
caratteristiche chimiche e organiche delle varie piante per dare
l'aromatizzazione voluta al prodotto.
Tre sono i componenti più importanti del luppolo ai fini del
brassaggio: i tannini, gli oli e gli acidi amari. Questi ultimi
conferiscono alla birra l'inconfondibile sapore amarognolo che la
contraddistingue, per cui è evidente che maggiore la luppolature sarà
e più amarognolo sarà il gusto della birra. Inoltre questi acidi
hanno un non indifferente pregio: quello di essere antisettici e
conservanti, per cui la birra con l'aggiunta di luppolo è più
stabile che con altre sostanze aromatizzanti.
Il tannino e le resine rendono invece possibile la schiuma che si
sviluppa nel prodotto all'atto della spillatura.
La fermentazione della birra non sarebbe possibile se non esistesse un
fungo benefico a farle da catalizzatore, il lievito.
Fin
dall'antichità l'uomo si è reso conto del
processo di fermentazione
e pare che fin dal XV secolo avanti Cristo esistessero primitive forme
di recupero del lievito. Nel Medioevo, anche se non ancora battezzato,
il lievito veniva abbondantemente usato per la produzione della birra.
Fu solo nel 1680 che lo scienziato olandese Van Leeuwenhoek con
l'ausilio del microscopio osservò per la prima volta il fungo. Fu però
Pasteur nel 1875 che spiegò per filo e per segno tutte le funzioni
svolte dal lievito. In sostanza esse si possono così riassumere:
l'agglomerato di microrganismi fungiformi alla base del lievito è
capace di trasformare le sostanze umide contenenti zucchero in alcol.
Attualmente esistono due grandi ceppi di lieviti: il Saccharomyces
cerevisiae e il Saccharomyces carlsbergensis. Il primo viene usato per
le birre tradizionali ad alta fermentazione, mentre l'ultimo è
largamente praticato per i prodotti a bassa fermentazione, attualmente
assai più diffusi. Il primo fungo, noto come lievito di birra, serve
anche per la panificazione, mentre il nome del secondo è un omaggio
al danese Jacob Christian Jacobsen, fondatore della Carlsberg, e
grande studioso di microbiologia.
Di birra non ce n'è una sola!
Scoprire i suoi tanti gusti, colori e gradazioni.
La birra è la bevanda più diffusa sul nostro pianeta e pur essendo
una bevanda attualissima vanta origini molto antiche. La sua storia ha
oltre cinquemila anni e la sua origine va situata fra Mesopotamia e
Antico Egitto. A seconda dei tempi e dei Paesi ha modificato la sua
natura, senza però mai tradirla, adeguandosi ai gusti, alla cultura,
alla disponibilità delle materie prime.Queste varianti sono pressoché
infinite e in continua evoluzione. Partendo dalle materie prime
tradizionali: acqua, orzo, luppolo e lievito, attraverso diversi
metodi viene prodotta una varietà quasi Infinità
di birre. 
Abbazia - Le birre d'abbazia sono prodotte con l'antico metodo
dell'alta fermentazione; generalmente corpose edi forte contenuto
alcolico (da 6 a 9 gradi alcolici). La loro colorazione varia dall'oro
carico, all'ambrato, al rosso cupo, al bruno scuro. Si richiamano alle
birre che venivano anticamente prodotte in numerose abbazie belghe.
Ale - E' il nome con cui i britannici definiscono la birra
tradizionale. Identifica birre ad alta fermentazione, di moderato
contenuto alcolico e di poca schiuma, da bere a temperatura di
cantina. Colori assortiti, sapori anche. Numerose sono le
sottotipologie per la british ale: bitter ale, brown ale, mild ale,
old ale, pale ale, scotch ale. Molto apprezzata la real ale ovvero la
ale prodotta con metodi tradizionali antichi. Le rare ale inglesi di
forte gradazione alcolica vengono chiamate Barley wine (vino d'orzo).
Anche il Belgio vanta una sua tradizione in fatto di ale. Le ale
belghe sono generalmente (ma non sempre) di forte contenuto alcolico.(Bières
d'abbay), ma anche in Germania (klosterbier).
Altbier - E' un tipo di birra ad alta fermentazione originaria di Düsseldorf.
Ramata, leggera, digestiva, dal gusto fruttato.
Biere Blanche - Witbier - Birra a base di frumento che viene prodotta
in Belgio. E' leggermente acidula, di color bianco lattiginoso. Assai
rinfrescante e digestiva, con particolarità aromatiche dovute
al'aggiunta di coriandolo e curaçao.
Bock - Birre a bassa fermentazione e a gradazione elevata di
produzione tradizionalmente tedesca. Dense, corpose, dal deciso sapore
di malto. Quando sono ancora più forti diventano doppelbock. Le bock
di solito sono chiare, le doppelbock ambrate o scure.
Dortmunder - Il nome deriva dalla vocazione commerciale della città
tedesca di Dortmund in Renania, che fu uno dei primi centri di
esportazione della birra. In questa città nasce infatti il tipo di
birra denominata Export. Bassa fermentazione. Gusto rotondo, non
troppo amaro, sapore di malto. Gradazione alcolica attorno ai 4 gradi
e mezzo.
Esotiche - Non è una vera tipologia birraria ma semplicemente una
denominazione di fantasia per identificare quelle birre che ci portano
atmosfere di Paesi lontani e affascinanti. Quasi tutte praticamente
rientrano nella grande famiglia delle birre lager ma in qualche caso
hanno caratteristiche particolari. Le birre latino-americane, per
esempio, sono di colore molto chiaro, sapore delicato, grande
bevibilità.
Gueuze - Birra belga a fermentazione spontanea, ricavata dalla
miscelazione di vari tipi di birre Lambic (vedi). Può essere
aromattizzata, per macerazione, con vari tipi di frutta. Le più note
sono la birra Kriek (ciliegia) e la Frambozen (lampone), ma si
producono anche birre alla pesca, al ribes, al mirtillo, alla banana.
Kölsch - Birra tipica della città tedesca di Colonia, ad alta
fermentazione, dorata, delicata e decisamente secca. Si beve in un
apposito bicchiere cilindrico. Di difficile reperimento nel nostro
Paese.
Lager - Ogni birra prodotta a bassa fermentazione è genericamente
chiamata lager. Si sarebbe tentati di dire che è la birra comune,
anche se non c'è niente di comune in questo stile birrario che è il
più diffuso a livello mondiale. Di colore oro pallido, mediamente
amara. Il nome deriva dal tedesco lager che indica i magazzini, le
cantine in cui biene messa a maturare.
Lambic - Birra a fermentazione spontanea, che raccoglie cioè il
lievito dell'aria e lascia fermentare liberamente il mosto. Viene
prodotta con una buona percentuale di malto di frumento, ma dato che
il lievito presente nell'aria non è mai lo stesso né della stessa
quantità, si miscelano vari tipi di lambic per dare origine alla
birra Gueuze.
Malt liquor - Non tutte le birre americane sono leggere e poco
alcoliche. Alcune, ma sono poche, sono di gradazione alcolica elevata
e vengono chiamate appunto Malt liquor (liquore di malto). Sono in
pratica le doppio malto Usa.
Märzen - Tipica birra tedesca di Monaco di Baviera. Viene prodotta in
marzo per essere consumata durante l'Oktoberfest, dove viene bevuta in
grandi quantità, esclusivamente in boccali (mass) da un litro.
Münchner - Birre tipiche di Monaco di Baviera, di bassa
fermentazione, di colore generalmente scuro e con evidente sapore di
malto.
Pils - Questa tipologia trae il nome da Pilsen, la città ceca in cui
è nata e nella quale viene tuttora prodotta la famosa Pilsner Urquell.
Molto apprezzato questo stile birrario si è diffuso in diversi Paesi
dove vengono prodotte birre denominate pils o pilsener. Le pils sono
birre a bassa fermentazione, di color oro pallido e in genere molto
luppolate, il che conferisce un tocco di amarognolo in più (le pils
bavaresi, al contrario, sono meno amare), gusto secco, pulito. Schiuma
abbondante con perlage finissimo. Si bevono in calici flute
Rauchbier - Tipica della zona di Bamberg, in Franconia (Germania) è
ottenuta da malto da cui germinazione è stata interotta mediante
l'affumicatura con legno di faggio invecchiato. Il sapore di
affumicato si trasmette fino al prodotto finito. E' una specialità di
difficile reperimento nel nostro Paese.
Stout - E' la famosa birra nazionale irlandese, scurissima, con una
schiuma abbondante e cremosa. Viene prodotta con orzo torrefatto e con
l'aggiunta di caramello. Questo stile birrario è molto apprezzato
anche in Gran Bretagna ma non mancano birre stout provenienti anche da
altri Paesi. Una stout molto forte e famosa è la Russian Stout
originariamente prodotta a Londra nell'Ottocento, per essere esportata
a pietroburgo; tuttora in produzione viene esportata in vari Paesi,
incluso il nostro.
Trappiste - Le birre trappiste sono molto apprezzate in quanto vengono
tuttora prodotte dai monaci trappisti in sei abbazie (cinque situate
in Belgio e una in Olanda). fermentazione, rifermentate in bottiglia.
Gradazione robusta (da 6 a 9° alcol). Di colore che varia dall'oro
carico all'ambrato allo scuro. Schiuma ricca. Gusto pieno. Si bevono
in grandi bicchieri balloon per meglio apprezzarne gli aromi.
Weizen (Weisse) - Birre di frumento tedesche, leggermente asprigne e
dorate di una abbondantissima schiuma. Molto dissetanti e
rinfrescanti, sono anche assai digestive. Altra caratteristica è il
lievito che rimane in sospensione dando alla birra un gusto
particolare e un aspetto opaco. Sono prodotte in tre tipi: hefeweizen
(chiare con lievito), dunkelweizen(scure, con lievito) e kristallklar
(chiare, ma senza lievito che viene filtrato).
Due sono le qualità che hanno da sempre contraddistinto la storia
della birra nei secoli: la
sua presenza pressoché universale e la sua popolarità in ogni ceto
sociale.
Nel primo caso si può infatti affermare che laddove ci sia stata la
coltivazione dei cereali, si è verificata anche la produzione della
birra.
La seconda asserzione invece è avallata da innumerevoli testimonianze
storiche.
Non si sa con esattezza dove sia nata la prima birra: c'è chi parla
di Mesopotamia, chi di Egitto, chi di isole Orcadi, chi addirittura di
Malta. Ma noi crediamo che ciò non sia importante, poiché è assai
verosimile che il fenomeno della fermentazione sia stato scoperto
casualmente in diverse parti del mondo più o meno nello stesso
periodo.
Differenti però sono stati i modi di sviluppare la bevanda. La
Mesopotamia per esempio è stata la terra che per prima ha visto
sorgere la professione del birraio, cosa che in altre società meno
organizzate sarebbe stata impossibile. Il prodotto delle sue fatiche
rappresentava una quota della retribuzione dei lavoratori, che dunque
veniva corrisposta in birra.
Ma, si badi bene, non un birra, ma svariate tipologie, poiché già in
quel periodo si distinguevano birre scure, chiare, rosse, forti, dolci
e aromatiche. Inoltre si usavano nomi diversi per indicare birre
prodotte con cereali differenti: le sikaru erano d'orzo, le Kurunnu di
spelta.
Pare che fossero addirittura venti le qualità di birra disponibili
sul mercato di Babilonia, la più ricca città dell'antica Mesopotamia,
anche se quelle più diffuse erano quattro: bi-se-bar, una comune
birra d'orzo, bi-gig, una birra scura normale, bi-gig-dug-ga, una
birra scura di elevata qualità, e bi-kal, il prodotto migliore. La
birra aveva anche un significato religioso e rituale, infatti veniva
bevuta durante i funerali per celebrare le virtù del defunto e veniva
offerta alla divinità per garantire un tranquillo riposo al
trapassato.
Si dice che la dea della vita Ishtar, divinità di primissimo piano
nel pantheon assiro-babilonese, traesse la sua potenza dalla birra,
che nemmeno il dio del fuoco Nusku poteva estinguere.
Analoga importanza aveva la birra in Antico Egitto.
Fin dall'infanzia si abituavano i sudditi dei faraoni a bere questa
bevanda, considerata anche alimento e medicina. I bambini inoltre
facevano sacrifici di birra, frutta e focacce al dio della scrittura
Thout, mentre bevevano una ciotola di birra, dopo essersene bagnati
gli occhi i la bocca che venivano tenuti chiusi.
Anche le donne incinte ricorrevano alla birra per offrire libagioni
alla dea Ernenunet, che avrebbe provvisto di abbondante latte le
nutrici. Interessante anche l'uso di somministrare ai bambini birra a
bassa gradazione o diluita con acqua e miele durante lo svezzamento,
quando le madri non avevano latte.
Gli Egizi usavano, come nel caso dei Babilonesi, la birra per scopi
propiziatori e sono innumerevoli le divinità che ebbero a che fare
con questa bevanda. In una cosa erano diversi Egizi e Babilonesi: per
i primi la birra era una vera e propria industria statale, per i
secondi invece si trattava di un semplice prodotto artigianale. I
faraoni stessi possedevano fabbriche di birra e in un'iscrizione
funebre su una tomba reale è stata trovata questa testimonianza:
"Io ero uno che produceva orzo". E dall'orzo alla birra il
passo era (e continua a essere) assai breve.
Di birra si parla anche nei sacri libri del popolo ebraico, come il
biblico Deteronomio e il Talmud e nella festa degli Azzimi, che
ricorda la fuga dall'Egitto, si mangia per sette giorni il pane senza
lievito e si beveva birra. Inoltre questa bevanda è regina durante
l'annuale festività del Purim, considerata la più popolare dagli
ebrei.

La Grecia, Paese enonico per eccellenza, non produceva birra, però ne
consumava parecchia, soprattutto in occasione delle feste in onore di
Demetra, dea delle messi, tra le quali ovviamente non poteva mancare
l'orzo. Si trattava di prodotti d'importazione, per lo più fenici, ma
anche durante lo svolgimento dei giochi olimpici non era ammesso il
vino, per cui la bevanda alcolica per eccellenza di questa prima
grande manifestazione sportiva, era la birra.
Etruschi e Romani facevano anch'essi parte del "club del
vino", ma alcuni ragguardevoli personaggi della loro società
diventarono accaniti sostenitori della birra, come ad esempio
Agricola, governatore della Britannia, che una volta tornato a Roma
nell'83 dopo Cristo si portò tre mastribirrai da Glevum (l'odierna
Gloucester) e aprì il primo pub della nostra Penisola.
Tra i cosiddetti popoli barbarici si trovavano i più strenui
tracannatori di birra, i Germani e i Celti. I primi organizzavano
feste che in realtà erano scuse per sbornie colossali, come ad
esempio la Wappentanz, una crudele danza delle spade dedicata al
bellicoso dio Thyr, al termine della quale i sopravvissuti si
dedicavano ad abbondanti libagioni.
I Celti si erano stanziati principalmente in Gallia e in Britannia, ma
la loro straordinaria civiltà, bagnata di birra fin dai primordi,
venne sviluppata principalmente nella verde Irlanda. Infatti la
nascita del popolo irlandese è dovuta, seconda una birrosa leggenda,
ai Fomoriani, creature mostruose dal becco aguzzo e dalle gambe
umanoidi, che avevano la potenza e l'immortalità grazie al segreto
della fabbricazione della birra, che fu loro sottratto dall'eroe di
Mag Meld, una specie di Promoteo irlandese.
Il Medioevo vide la birra protagonista soprattutto per merito dei
monasteri, che operarono un decisivo salto di qualità nella
produzione della bevanda introducendo anche alcuni nuovi ingredienti,
tra i quali il luppolo. A questo proposito va detto che in tempi più
remoti per l'aromatizzazione della birra si usavano svariati tipi di
erbe, spezie o bacche, oppure si ricorreva addirittura a misture
vegetali, la più famosa delle quali era il gruit.
Anche le suore avevano tra i loro compiti manuali quello di fabbricare
la birra, che in parte destinavano al consumo dei malati e dei
pellegrini. Per rimanere in tema, è stato tramandato che papa
Gregorio Magno abbia girato ai poveri una donazione in birra della
regina longobarda Teodolinda.
Anche in Gran Bretagna la birra, chiamata ale, venne usata nelle feste
come Church-Ale, prodotta dalle massaie inglesi e messa a disposizione
delle feste parrocchiali, dove veniva venduta e il ricavato era un
contributo per la manutenzione di chiese e conventi britannici. In
Inghilterra la birra diventò bevanda nazionale in quanto l'acqua
usata per la sua produzione veniva bollita e sterilizzata. Ciò
rappresentava un garanzia in un periodo in cui l'acqua era spesso
infetta. Soltanto dopo il Rinascimento questa piaga cessò. Una
curiosità: in Inghilterra il luppolo venne introdotto assai tardi
nella birra nazionale, che continuò a chiamarsi ale, in
contrapposizione dei prodotti continentali luppolati, detti beer.
Nei tre secoli dopo la scoperta dell'America in tutta l'Europa
andarono sviluppandosi numerose tipologie birrarie, tutte basate
sull'unico sistema di fermentazione allora conosciuto, la alta.
Verso la metà del secolo scorso però furono eseguiti studi specifici
sul lievito e il loro risultato fu la produzione della birra a bassa
fermentazione, che oggi è di gran lunga il più praticato nel mondo.
Esso si giova di temperature più basse per fermentare, quindi usa
impianti produttivi tecnologicamente assai più avanzati che in
passato. Infine viene usato un lievito diverso rispetto alle birre
tradizionali, il cosiddetto Saccharomyces carlsbergensis, che prende
il nome dalla birreria danese che per prima ne isolò il ceppo.
Oggi, nonostante le birre a bassa fermentazione siano sicuramente le
più bevute, va notato che esiste anche una controtendenza di nicchie
di mercato che ricercano le birre tradizionali, le cui ricette si
perdono nella notte dei tempi
Per bere bene

Prima di accostare il bicchiere alle labbra, il normale consumatore di
birra probabilmente ignora che il gusto della bevanda che sta per
assaporare non dipende soltanto dalle attenzioni rivolte ad essa dalla
birreria, ma anche da quelle del distributore e del gestore del
locale.
A questo proposito è bene affermare subito che la birra è un
prodotto vivo, quindi va trattata con tutti i riguardi per ottenerne
la resa qualitativamente migliore.
Stoccarla in un magazzino poco aerato, umido e oppresso da un caldo
soffocante o da un freddo pungente non è certo l'ideale per un
prodotto che, al pari di un essere umano, ambisce a una temperatura
costante compresa fra i 18 e i 20 gradi, a un clima asciutto e in cui
si possa respirare bene.
Unica eccezione all'esempio sopra citato: la luce.
L'uomo ama il cielo e il sole, la birra invece gradisce la penombra.
Non è casuale che le industrie imbottiglino la birra in contenitori
di vetro ambrato o verde, attraverso i quali la luce filtra con
maggiore difficoltà.
La qualità della birra che bevete dipende anche dalle "cattive
compagnie" che talvolta questa bevanda è costretta a
frequentare, ossia dalle derrate alimentari che vengono immagazzinate
insieme con essa. Se emanano olezzi troppo pungenti o fastidiosi, è
verosimile che anche la birra se ne impregnerà, proprio come la
vostra torta gelata preferita se riempite di filetti di merluzzo il
freezer.
Un'altra caratteristica che un prodotto vivo come la birra deve avere
è la freschezza. Per quanto riguarda il bottigliame e le lattine è
importante vedere che cosa ci consiglia l'etichetta. Su ognuna di esse
è scritta la fatidica frase "da consumarsi preferibilmente
entro..." cui segue l'indicazione della data di scadenza. Sui
fusti invece il discorso da fare è un po' più complesso, perché non
solo è importante consumarli entro un termine di tempo brevissimo, ma
una volta aperti per offrire le migliori qualità della birra
dovrebbero essere terminati al massimo nel giro di quarantott'ore. Più
il fusto rimane aperto e più la birra si deteriora, si ossida,
conferendo al gusto un sapore acidulo che, voluto in certe birre,
creato casualmente in altre ci sta come i cavoli a merenda.
Una fase fondamentale della degustazione di una buona birra è la
spillatura. In Italia questa operazione viene vissuta come qualcosa di
meccanico, una semplice apertura e chiusura di rubinetto, uno
smanettare di leve e tutto è fatto. Nossignori, siamo lontani dalla
verità. E la verità contempla la spillatura come un'arte, come è
considerata in Paesi birrariamente più avanzati del nostro, quali
Belgio, Germania, Gran Bretagna e Olanda, tanto per citare i più
noti. Innanzitutto non bisogna mai chiedere una birra senza schiuma.
Siamo in Italia, dove il consumo delle birre a bassa fermentazione
rappresenta la stragrande maggioranza, quindi è bene sapere che
questi prodotti vanno versati o spillati con due dita (orizzontali,
s'intende) di schiuma, il più compatta possibile. Per alcune birre ad
alta fermentazione, come: le bitter ales inglesi ad esempio, la
schiuma è un optional, anzi in Inghilterra è addir ittura un difetto
e in generale la birra, spillata a temperatura cantina e non fredda
come da noi, viene servita piatta. Ma si tratta di prodotti abbastanza
insoliti dalle nostre parti. Perché è necessaria la schiuma? In
primo luogo il prodotto, privato del "coperchio" naturale,
perde il suo aroma e la sua fragranza con più facilità, il che
sarebbe un peccato in un prodotto vivo come la birra; inoltre la
bevanda subisce un più repentino innalzamento della temperatura, il
che non consente alla birra di esprimere le sue migliori qualità, a
esaltare le quali . provvede la forma del bicchiere adatto al tipo di
birra che vi accingete a gustare.
Il bicchiere: ecco un altro perno su cui ruota la riuscita della
spillatura. Dietro la forma di un contenitore birrario ci sono studi e
ricerche difficili da immaginare per una persona che non li ha mai
seguiti personalmente, eppure esso può rappresentare un testimone
fedele o infedele della qualità della birra, e quindi in una certa
misura decretarne il successo o la sconfitta.
È noto che ogni tipologia brassicola ha le sue caratteristiche di
gusto, di aroma di colore e altre ancora ma nella birra queste virtù
sono allo stato potenziale. Per esaltarle occorre un veicolo ideale,
il bicchiere.
La tradizione e gli studi più recenti hanno contribuito a creare una
vera e propria scienza del vetro al servizio del prodotto per cui non
solo è importante degustare un certo tipo di birra nel suo bicchiere,
ma identificarlo addirittura con quello di una marca brassicola. Ecco
perché è sbagliato (e anche abbastanza scorretto, tra l'altro)
versare un prodotto in un bicchiere che presenta un'etichetta diversa.
Ma sui contenitori ritorneremo fra poco, perché non vogliamo perdere
il filo del discorso.
La prossima missione del barista è quella di versare o spillare la
birra in un bicchiere perfettamente pulito. Il che è facile a dirsi,
un po' meno a farsi, visto che talvolta per il desiderio di strafare e
rendere il bicchiere addirittura luccicante, i baristi usano il
brillantante, con il risultato di trasferire alla birra le
caratteristiche aromatiche di questo o quel detergente, che hanno il
brutto vezzo di essere assai persistenti. Per evitare questo
inconveniente è quindi necessario risciacquare con coscienza i
bicchieri, servendosi delle mani o di un lavabicchieri a spazzole.
Eventuali tracce di detergente saranno immediatamente individuabili,
in quanto esse hanno il potere di divorare la schiuma.
Una birra senza. schiuma è quindi figlia dell'incapacità del barista
a spillare come si deve oppure del suo eccessivo zelo nell'usare il
detergente senza poi risciacquarlo per bene. In ogni caso una birra
senza schiuma dà l'immagine di un prodotto stantio che non fa certo
gioco al barista. Se infine costui è preso da particolari crisi di
pigrizia e sul bicchiere rimangono tracce di grasso, ecco che la
schiuma si mette a fare le bolle... e dopo qualche secondo di schiuma
non rimane traccia.
La spillatura riuscirà molto bene se verrà usato il bagnabicchieri
prima di questa operazione. Così facendo infatti si prendono due
piccioni con una fava: si abbassa leggermente la temperatura del vetro
evitando al prodotto uno shocktermico troppo elevato e si consente
alla schiuma di non attaccarsi alle pareti, restando così compatta più
a lungo.
A questo punto i preliminari sono terminati e ci sono i presupposti
per spillare una buona birra. Vediamo come.
Dopo aver bagnato il bicchiere, lo si inclina sotto la spina e si apre
con decisione il rubinetto. Ogni esitazione crea ingorghi nelle
tubature, vale a dire cascate di schiuma, indegne di una buona
spillatura. Giunti a questo punto bisogna dire che vi sono diverse
correnti di pensiero sul look da dare alla birra. In Belgio per
esempio la testa della birra viene ghigliottinata da un'apposita
spatola, mentre in Germania questo sarebbe considerato un sacrilegio,
visto che la schiuma deve assumere una forma tondeggiante ed essere
molto persistente, al punto che, si dice, dovrebbe reggere il peso di
un pfenning (un centesimo di marco). Come già accennato le birre
britanniche, stout a parte, sono piatte, anche perché contengono poca
anidride carbonica. A proposito di stout, la legge britannica ha
stabilito che la Guinness è l'unica birra la cui schiuma è parte
integrante del prodotto. Per questo motivo è detta "crema"
e così il suo contenitore non deve necessariamente essere pieno fino
all'orlo come invece accade per le altre tipologie birrarie.
Finita l'operazione di spillatura, un vero professionista offre il
bicchiere appoggiandolo sul corrispondente sottocoppa e corredandolo
con il collarino salvagocce, che in Italia purtroppo non è ancora
diffuso come in altri Paesi.
Vari tipi di bicchieri 
? Altglas: cilindrico, per non esaltare né mortificare la schiuma;
sottile, per dare già al tatto la sensazione della freschezza.
Destinato pertanto alle ambrate Alt.
? Balloon: forma a chiudere, per esaltare la schiuma; superficie
ampia, per favorire lo scambio termico. Per birre da meditazione,
corpose.
? Boccale britannico: di vetro spesso, per conservare la temperatura
di cantina; liscio, per evidenziare lo scarso perlage. Adatto alle
ales e in particolare alle pale ales.
? Boccale tedesco (Mass): spesso, per conservare la freschezza;
lavorato, per valorizzare il perlage, cilindrico, con effetto neutro
sulla schiuma. È il bicchiere universale, nato però per le märzen e
per le export.
? Calice a chiudere: la forma rastremata "alza" la schiuma,
impedendole al tempo stesso di traboccare; il vetro sottile e liscio
favorisce la formazione di condensa. Valorizza lager e pils.
? Calice a tulipano: la bocca svasata impedisce una schiumatura troppo
abbondante e favorisce la percezione olfattiva al profumo. Per birre
aromatiche, come le belghe d'abbazia.
? Colonna biconica: vetro di spessore medio, forma allargata al
centro, bocca a chiudere: per pils belghe e per bevitori che vogliono
la schiuma decapitata dalla spatola.
? Colonna conica: come il precedente, ma a imboccatura larga per
controllare la schiuma. Adatto alle vivaci e profumate birre
danesi.
? Coppa: forma più o meno esattamente emisferica, che abbassa
progressivamente la schiuma ed esalta il profumo.
? Flûte: una forma essenziale per birre secche, di schiuma abbondante
e da servire fredde: ecco l'identikit della pils.
? Kölschglas: cilindrico, sottile, piccolo: il bicchiere più
semplice per una birra tipica, quasi artigianale, a circolazione
limitata.
? Pinta: la forma a cono rovesciato e lo slargo subito sotto l'orlo
neutralizzano qualsiasi velleità di schiuma delle bitter ales e
valorizzano invece la cream delle stout.
? Stivale: non importa che cosa ci si beve ma come si beve. La sua
forma infatti gioca brutti scherzi agli inesperti. È il bicchiere
dell'iniziazione alle confraternite studentesche in Germania.
? Weizenbecker: capacità "fissa" di mezzo litro. La
svasatura alla sommità serve a controllare l'abbondantissima schiuma
di birre di grano, le weizen o weissbiere.
La classificazione delle birre in Italia è espressa, per legge, in
gradi saccarometrici. In etichetta viene, però, indicato il contenuto
alcolico in volume. Pur non essendoci un rapporto matematico esatto
fra i gradi saccarometrici e quelli alcolici, generalmente si
considera che 3 gradi saccarometrici corrispondano a 1 grado alcolico.
Birra Analcolica
da 3 gradi saccarometrici a 8 (da 1 a 2,6% alc.vol.)
Birra Leggera o Birra Light
da 5 gradi saccarometrici a 13 (da 3,6 a 4,3% alc.vol.)
Birra Normale
da 11 gradi saccarometrici a 13 (da 3,6 a 4,3% alc.vol.)
Birra Speciale
da 13 gradi saccarometrici a 15 (da 4,3 a 5% alc.vol.)
Birra Doppio Malto
oltre 15 gradi saccarometrici (oltre 5% alc.vol.)
La preparazione della birra
richiede numerose fasi di lavorazione.
La prima riguarda la preparazione del malto, che dev'essere ricavato
da orzo o altri cereali di buona qualità e perfettamente maturi. Una
volta selezionato e ripulito, l'orzo viene immesso nelle vasche di
macerazione, dove per circa tre o quattro giorni riceve l'acqua e
l'ossigeno necessario per la germinazione.
L'acqua di macero, che di solito è mantenuta a temperature varianti
fra i 12 e i 15 gradi, viene cambiata in continuazione.
Quando l'orzo ha raggiunto l'umidità necessaria, viene messo a
germinare per circa una settimana su di un'aia oppure nei cassoni di
germinazione; in questo processo è molto importante l'aerazione dei
chicchi.
Quando la radichetta raggiunge grosso modo i due terzi della lunghezza
del chicco, il malto è pronto per l'essiccazione o la torrefazione,
il cui scopo è quello di arrestare il processo di germinazione.
Giunti a questo punto è bene fare il punto della situazione, poiché
il tipo di malto usato, i metodi con cui è stato trattato e le varie
tipologie di birra che si intendono produrre sono gli elementi
variabili che determinano tutte le successive operazioni.
L'orzo maltato viene macinato finemente, acquisendo così la
consistenza di una farina. Poi esso viene miscelato con acqua tiepida,
che viene successivamente portata a temperature più elevate, circa
65-68 gradi.
Si compie così la prima fase della fabbricazione della birra, detta
ammostatura, in cui il malto si trasforma in mosto. Ciò avviene
quando l'amido ancora presente nel malto si trasforma in uno zucchero,
il maltosio.
Ed ecco che il mosto, dopo li sua separazione dalle trebbie, ossia dai
residui insolubili della miscela, che saranno usati come foraggio per
gli animali, passa alla cottura. Il mosto viene immerso in una caldaia
e riscaldato fino al punto di ebollizione. La durata dalla cottura
dipende dal tipo di birra che si intende produrre, ma diciamo che in
genere non si scende quasi mai sotto l'ora ed è raro che si
oltrepassino le due ore e mezza. La bollitura, che serve tra l'altro
per la sterilizzazione e la concentrazione del mosto, avviene a vapore
o mediante getti ad alta pressione di acqua bollente, anche se vi sono
alcune birrerie che usano ancora il fuoco diritto. La temperatura alla
quale il mosto viene sottoposto è di fondamentale importanza, poiché
gran parte delle sue trasformazioni biochimiche dipendono da essa.
Durante la cottura poi viene effettuata un'altra importante
operazione: l'aggiunta del luppolo, che conferisce il caratteristico
sapore amarognolo alla birra, nonché l'inconfondibile aroma.
La sala di cottura è considerata nostalgicamente il cuore della
birreria, forse perché in molti stabilimenti si trovano ancora le
grandi caldaie di rame, indissolubile legame con il passato e la
tradizione birraria. Un tempo infatti veniva usato solo il rame per la
costruzione di questi "cipolloni", in quanto è un metallo
buon conduttore di calore che tra l'altro non si incrosta
eccessivamente.
Il mosto viene raffreddato e portato a temperature adatte alla
fermentazione: dai 4 ai 6 gradi per la bassa fermentazione e dai 15 ai
20 gradi per quella alta.
Infine, dato che il processo di fermentazione si può svolgere solo in
condizioni di aerobiosi, viene insufflata nel mosto una certa quantità
di ossigeno.
La fermentazione si divide in due fasi, la fermentazione principale e
quella secondaria, detta anche maturazione.
Protagonista assoluto è il lievito, che viene immesso nel mosto alla
temperatura desiderata a seconda del tipo di birra da produrre. Esso
trasforma gli zuccheri e gli aminoacidi presenti nel mosto in alcol,
anidride carbonica e sostanze aromatiche. Il Saccharomyces
carlsbergensis, lievito per le birre a bassa fermentazione, opera fra
i 5 e gli 8 gradi, poiché oltre i 10 gradi rischierebbe di conferire
al prodotto un gusto abbastanza sgradevole. Verso la fine del processo
fermentativo questo tipo di lievito tende a dividersi in due parti:
grossi fiocchi che salgono verso la superficie e cellule di
sfaldamento che si depositano sul fondo. Il lievito propulsore
dell'alta fermentazione, il Saccaromyces cerevisiae, lavora invece fra
i 16 e i 23 gradi. È noto che i processi di fermentazione sono
favoriti dal calore, per cui quella alta avviene più rapidamente di
quella bassa. Dopo tre o quattro giorni questo tipo di lievito risale
in superficie e viene re cuperato con schiumature. Il Saccaromyces
cerevisiae dunque è notevolmente economico, poiché è riprodotto e
moltiplicato dalla birra stessa.
La fermentazione secondaria o maturazione invece consiste nel porre la
giovane birra in grossi tini di maturazione, oggi generalmente di
acciaio, a una temperatura oscillante fra 0 e 2 gradi, per una durata
di quattro o cinque settimane di media. Però esistono certe birre
particolarmente pregiate che lasciate maturare per diversi mesi. Tutto
ciò serve a saturare di anidride carbonica la birra, alla sua
chiarificazione, ossia a far depositare i residui di lievito e
proteine, e in generale a un miglioramento del gusto, in quanto tutti
gli ingredienti della birra si armonizzano più compiutamente.
Alla fine del processo la birra viene filtrata per toglierle i residui
di opacità e infine imbottigliata o infustata.
Esistono anche specialità brassicole che si sottraggono a questi tipi
di fermentazione tradizionali: si tratta delle birre a fermentazione
naturale o spontanea, prodotte nel Payottenland, una regione poco
distante da Bruxelles che grosso modo coincide con la "strada di
Bruegel". Si tratta di birre di frumento senza l'aggiunta di
lievito di coltura, in quanto sfruttano il lievito presente nell'aria,
che il quella regione è particolarmente adatto per il brassaggio. Le
birre che derivano da questa preparazione sono la lambic, la gueuze,
la kriek e la frambozen.
Forse vi sarà capitato di sentire l'espressione "rifermentata in
bottiglia" riferito a una birra. Ebbene, in genere si tratta di
prodotti che oltre alle due ordinarie fermentazioni ne subiscono una
terza, capace di aumentare il tasso alcolico. Non è un caso che gran
parte dei prodotti rifermentati in bottiglia, a cui si è aggiunto
lievito prima di incapsularli, siano birra di abbazia o strongale,
quindi birre dichiaratamente forti, ricche di fascino e di tradizione.
Eccezione a questo sono le birre di frumento (weizen e bière blanche),
che pur avendo lievito nella bottiglia mantengono una gradazione
normale.
Un'ultima osservazione divide in due categorie le birre confezionate:
quelle pastorizzate e quelle che non lo sono. La pastorizzazione
consiste nel portare la birra a una temperatura di 60 gradi,
distruggendo così alcuni microrganismi presenti. Scopo di questa
operazione è la maggior conservabilità del prodotto, che così
acquisisce anche un maggior valore commerciale.
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