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  Pescare a cura di Michele    

Terminali da traina



Dopo aver preparato con cura tutta l’attrezzatura, le canne, i mulinelli, le lenze e gli ami,  dopo aver trovato le esche, pulita la barca, e fatto benzina, dopo aver sognato per una settimana intera l’emozione della cattura, sarebbe sciocco e alquanto frustrante perdere un dentice o una grande ricciola solo per aver sottovalutato l’importanza del terminale.
Per terminale si intende la parte finale dell’attrezzatura da pesca, attaccata alla lenza madre mediante una piccola girella o un nodo particolare, un nodo capace di serrare perfettamente le due lenze anche se di diametro diverso, che non ceda però sotto sforzo e mantenga inalterato il carico di rottura della lenza madre.

Doppio Uni
Presupponendo di avere una lenza madre di  dimensione inferiore a quella del terminale, dopo aver sovrapposto le due lenze per una quarantina di cm, si crea un anello con il capo della lenza madre e si fa passare all’interno dell’anello lo stesso capo libero per almeno  dieci o undici volte; si ripete la stessa operazione dal lato opposto con il  capo del terminale facendo però in questo caso solo cinque o sei giri. Si stringe il nodo con molta attenzione, si serra con forza il tutto e si tagliano le estremità in eccesso.  Nel caso in cui la madre sia di diametro maggiore del terminale l’operazione non cambia, si deve solo invertire il numero di spire.
Nodo di sangue.
Questo nodo si effettua con molta facilità, intrecciando i due capi liberi della lenza e del terminale con una decina di spire, e facendo passare all’interno dell’asola centrale gli stessi capi liberi, però con l’accortezza di farli passare uno in una direzione l’altro in quella opposta.  Questo nodo permette di unire lenze di diverso diametro, assicurando sempre un’ottima tenuta.

Prima però di scegliere il nodo bisognerà aver ben chiaro che cosa si deve realizzare, quali sono i pesci che vogliamo insidiare e quali i rischi che corre il nostro terminale.
Ancora prima bisogna decidere cosa imbobinare nel mulinello come lenza madre.
Ultimamente si sta diffondendo sempre più tra i pescatori sportivi l’utilizzo del multifibra in bobina, e ciò per una serie di vantaggi: scarsa elasticità, che aiuta non poco nella ferrata e  ridotto diametro (50% in meno) a parità di carico di rottura di una lenza comune, che permette l’uso di piombi più leggeri.
Molti pescatori però ancora preferiscono il nylon come lenza madre, e ciò soprattutto per la maggior elasticità di questo materiale rispetto al multifibra, caratteristica questa  che, sebbene provochi un ritardo nella ferrata, aiuta non poco nel combattimento con i grossi esemplari come le ricciole di taglia.
Una volta deciso cosa usare come “madre”, si deve  costruire il terminale e ciò andrà fatto in base ai pesci presenti in zona:
L’ultima rivoluzione nel mondo della pesca è stata determinata dall’avvento del fluorocarbon, un materiale simile nell’aspetto al nylon normale, ma dotato di una caratteristica unica, la sua invisibilità.
I contro di questo nuovo materiale, però, sono dati dal minor carico di rottura che esso ha, a parità di diametro, rispetto al nylon e dalla sua maggiore rigidità. Quindi se da una parte si rende l’inganno meno visibile, dall’altra si rischia di perdere il pesce nei momenti di massima trazione, e se si decide di aumentare il diametro del terminale (..”tanto è invisibile”..) si rende meno naturale il nuoto dell’esca, per non parlare poi del prezzo.
Insomma è come un cane che morde la coda, ad ognuno la libertà di scegliere, di sperimentare e di farsi una propria opinione.
Il terminale classico da traina è composto da una ventina di metri di nylon di diametro variabile tra lo 0/50 e lo 0/80 ad alto carico di rottura con una buona elasticità, unito, come detto sopra, alla lenza madre con una girella tanto piccola da passare agevolmente tra gli anelli della canna o con un semplice nodo. Si dovrà dare la preferenza ai diametri più sottili in presenza di dentici e salire ai diametri intorno a 0/70 0/80 mm  se si sospetta la presenza di grosse ricciole, sempre però raddoppiando l’ultimo metro.

Spider Hitch
Dopo aver raddoppiato la lenza per la lunghezza desiderata, si crea una piccola asola intorno al pollice all’altezza del punto in cui si desidera serrare il nodo, si eseguono quattro o cinque spire intorno al pollice, e nell’asola creata in precedenza si fa passare il terminale. Con molta attenzione si allungano le spire e, quando si è certi che non si sono sovrapposte si serra con forza.
Il punto debole di questo nodo sta nella scarsa tenuta se sottoposto a strappi violenti, ma se eseguito alla perfezione il problema si riduce notevolmente garantendo sempre un’ottima tenuta.

Dopo aver eseguito un nodo di raddoppio perfetto si dovranno scegliere gli ami e anche questi andranno scelti in base ai nostri avversari, mai in ogni caso troppo piccoli.
Si dovrà inserire un amo scorrevole, che avrà funzione trainante e legarlo con un nodo che possa scorrere sotto sforzo, ma che abbia la tenuta sufficiente per trainare l’esca alla velocità di un nodo.
Nel caso in cui si utilizzino le aguglie come esca gli ami scorrevoli dovranno essere due, il primo, con funzione trainante, più piccolo, per nascondere meglio l’inganno; il secondo più grande, da posizionare a metà del corpo dell’aguglia con funzione ferrante.  Infine si dovrà legare l’amo o l’ultimo amo ferrante con un nodo che permetta,  anche in caso di rottura di uno delle due lenze del raddoppio, la tenuta dell’altra lenza e di portare così a buon termine la cattura senza lasciar andare via la preda con l’amo in bocca, ottimo a questo fine il nodo Palomar.
 
Palomar
Si deve far passare il terminale raddoppiato all’interno dell’occhiello dell’amo, si esegue un comunissimo nodo, e prima di serrare si fa passare all’interno dell’asola formatasi dal raddoppio l’intero amo; dopo di che si stringe con forza come qualunque altro nodo, facendo solo attenzione a che le due lenze formati il raddoppio mantengano, in questa fase, la stessa lunghezza, pena la perdita dei vantaggi del raddoppio stesso.
La peculiarità di questo nodo sta nel fatto che si presta ad essere eseguito sia su lenza raddoppiate, sia su lenze singole. Anche in questo caso, però, si deve raddoppiare la parte finale del terminale per poter eseguire il nodo. Proprio perché non scorrevole, garantisce in ogni caso una ottima tenuta. 

Il dentice e il parago sono forniti di micidiali denti capaci di tranciare di netto i terminali più sottili, per cui sarà buona norma quella utilizzare un terminale del diametro compreso tra lo 0/50 e lo 0/60, e raddoppiare la parte finale per almeno un metro. Gli ami (6/0 o 7/0) andranno nascosti all’interno dell’esca, se morta, o appuntati sotto pelle se viva, in modo da lasciare massima libertà di movimento all’esca e da non lederne gli organi vitali.
La ricciola è pressochè priva di denti, ma è dotata di placche abrasive all’interno della bocca micidiali per ogni tipo di terminale, per cui il cavetto d’acciaio sarebbe perfetto se non fosse per la naturale sospettosità di questo pesce, che lo porta a non attaccare le esche proposte se non  vive e perfettamente innescate.
Il miglior compromesso tra invisibilità e tenuta è forse dato dal solito nylon dello spessore però compreso questa volta tra 0/70 e 0/80 mm. anch’esso raddoppiato nell’ultimo metro.
I rischi in caso di ferrata di grossa ricciola sono in sostanza due: il primo è dato dalle placche abrasive, alle quali si potrebbe ovviare mediante l’utilizzo del cavetto d’acciaio nascosto all’interno dell’esca viva (difficile a credere che sia possibile, ma l’immaginazione e l’abilità di esperti trainisti ha portato anche a questo); il secondo invece è dato dalla difesa del pesce. E’ noto infatti come la ricciola imposti la fuga non appena si sente allamata, come sfreghi il muso contro gli scogli del fondale, quasi consapevole del fatto che in questo modo possa riguadagnare la libertà. A questo si può opporre solo la robustezza del raddoppio del terminale, la perfezione dei nodi e l’abilità dell’angler, che deve staccarla quanto prima dal fondo e portarla in acque profonde e prive di rocce.
L’orata è dotata, oltre che di denti affilati, anche di una serie di denti molariformi con i quali tritura le sue prede. Per questo sparide i problemi che si pongono sono dati non tanto dal terminale, che deve essere sempre invisibile e robusto, quanto dagli ami: mai troppo piccoli.
Pesce serra e barracuda, necessitano unicamente di cavetto d’acciaio, sono in grado, infatti, di tranciare di netto ogni tipo di nylon, per quanto grosso o raddoppiato che sia.
Quindi dopo aver deciso cosa imbobinare nel mulinello come lenza madre, quale tipo di lenza utilizzare come terminale, come fare i nodi, l’angler deve prendere ancora un’altra decisione importante: quali ami utilizzare.
In commercio ne esistono tantissimi, con punta dritta, rientrante oppure rivolta verso l’esterno; con gambo lungo o con gambo corto; dritti o storti, cioè con la punta che è sullo stesso piano del gambo oppure su di un piano diverso; costruiti con filo fine, medio o rinforzato; di sezione rotonda o quadra; con il collo schiacciato oppure uniforme; con ardiglioni anche sul gambo oppure a gambo liscio. Il materiale impiegato è di solito l’acciaio o leghe particolarmente dure che con consentono all’amo di spezzarsi sotto sforzo.
Per la traina di fondo con il vivo di solito la scelta cade su ami la cui numerazione è compresa tra il 6/0 e l’8/0 per i ferranti e 2/0 3/0 per i trainanti, in base alle dimensioni dell’esca naturalmente, ma per quanto riguarda la forma, il filo, la sezione, ecc. ognuno ha le proprie idee, dettate, di solito, dall’esperienza diretta sul campo. Ultimamente, sulla scia delle esperienze dei pescatori di tonno giapponesi,  si sta diffondendo l’utilizzo degli ami “circle”, un particolare tipo di amo, nato appositamente per essere utilizzato con le esche vive, e capace di autoferrarsi, a patto, però, che non si anticipi troppo il momento della ferrata. Si tratta di un amo con la punta rientrante verso il gambo e fuori asse rispetto allo stesso, che facilità al massimo la penetrazione ed evita facili slamate.
Detto ciò, non resta che armarsi di pazienza, passione e tanta voglia di sperimentare, fino ad ottenere i risultati sperati, che sicuramente non tarderanno ad arrivare.

     
 
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